Una botola in Dipartimento

Ottobre 8, 2008 at 11:39 pm (Le parole di Erato, Matematica (la) mente) (, , , , )

“C’è una botola in Dipartimento” gridò qualcuno dalla tromba delle scale ( presso l’aula INDAM, all’incirca); erano le 14 di un normale giorno di lezioni, l’edificio era come al solito gremito, ma nessuno ascoltò. Poi fu il silenzio. Solo qualche giorni più tardi ci si accorse della scomparsa di uno studente del secondo anno, e in maniera del tutto casuale. Entrò trafelata una ragazza di lettere ( arti e scienze dello spettacolo per la precisione)  gridando di rabbia: aveva aspettato per due ore il ragazzo in questione ad un appuntamento e costui non si era presentato. Ora cercava vendetta ma il bastardo non rispondeva al telefono. Solo così ci si accorse che Mario era sparito. A casa non lo vedevano da giorni ma non avevano pensato a nulla d’importante, poichè il piccolo Mario era solito perdere la via di casa durante le sue elucubrazioni matematiche, poteva capitare che dormisse anche sotto un ponte, oppure che non dormisse affatto. I suoi compagni di corso non si erano accorti di niente, ci volle un po’ a distoglierli dal loro icosaedro di Rubik e quasi il doppio del tempo a fargli ricordare chi fosse Mario, se fosse loro amico e se avevano il suo numero. Amici vecchi non aveva, i suoi ex compagni di classe si ricordavano a malapena il suo nome: “Mario chi? Quello che aveva 10 in Matematica? Ah si… Non mi ha mai passato il compito…”. Si provò allora a chiedere ai professori, ma l’unica cosa che si riuscì a ricavare fu la media di Mario che, ahimè, non era molto indicativa sulla sua personalità. Per fortuna i bidelli ( ooopppppsss personale ata) si ricordavano perfettamente chi fosse, chi frequentasse e dove studiava; era uno dei soliti studenti che si aggirano per il Castelnuovo: silenzioso, austero e studioso. Nessuno però sapeva dove si fosse cacciato. Venne però ritrovato il suo zaino: libri di analisi e algebra, la biografia di riemann, quaderni, una penna che aperta rivelava di essere un portatile e l’immancabile cubo. In poche parole Mario era sparito e nessuno aveva idea di dove si fosse cacciato. Solo allora i più svegli cominciarono a chiedersi: ma si è perso al più Mario o al meno Mario? Così si scoprì l’orrore Mario non era l’unico ad essere sparito! Si fece un computo e ci si accorsi che erano spariti: 5 matricole, 234^0 studenti del secondo anno, 2*2 studenti del terzo, 1+1 laureandi, 34^(1/2) studenti della specialistica, 3^(1/2) dottorandi, era sparito pure un professore ( si narra fosse di algebra). Inizialmente si sparse la voce che era sparito financo il direttore del Dipartimento, poi ci si accorse che era solo nascosto sotto una montagna di gesso, e nessuno ci pensò più. Dove erano finite tutte queste persone? Un arguto professore ( pare fosse sempre di algebra, alcuni dicono che fosse addirittura lo stesso professore scomparso) osservò che probabilmete erano solo andate via prima ( di quando non era dato sapere) ; quando poi ci si accorse che non si ricordava in che anno si fosse, le sue tesi vennero scrartate. Qualcuno argomentò che il fatto che le persone non si vedessero non voleva necessariamente implicare che non ci fossero, “un po’ come gli elettroni” assserì. ” Come gli angeli” gridò uno studente di teologia, ma venne incenerito sul posto per  aver osato oltrepassare l’antro del tempio matematico. Qualcuno provò a dimostrare che le persone scomparse non fossero mai esistite, qualcun altro provò addirittura a studiare il grafico della funzione smarrimento, ci fu chi cercò di dare una spiegazione probabilista, chi si applicò dal punto di vista topologico. Tutti questi ragionamenti poratrono a grandi scoperte matematiche che ancora oggi vengono ricordate. Ma nessuno vide più gli scomparsi. Ogni tanto si sentivano dei flebili gemiti “Siamo quiiiiiii, sootttttttoooo l’ aaaaaaaaulllllllllllaaaaaaaa iiiiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnnndaaaaaaaammmmmmm”. Ma nessuno sentì. La vita scorreva tranquilla al Castelnuovo e nessuno si ricodava più degli scomparsi. In questa, che è un’epoca, migliore vengono ricordati come “i desaperecidos del Castelnuovo”, martiri della matematica militante. Solo da poco è stat ritrovata la botola che inghiottò quei poveretti. Non si sa chi la costruì nè come funzionasse. Un saggio disse che la botola era stata costruita da chi ricopre con egoismo e indifferenza il grido della vita., e che il nero del fondo era lo stesso nero di una vita non vissuta. Ma tutti lo tacciarono di pazzia. RItornò chi disse “erano andati via prima” , qualcuno gli rispose ” si dalla vita!”. E tutti tornarona a scirvere sulle lavagne.

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Sul perchè non riesco a sopportare il cubo di Rubik

Ottobre 7, 2008 at 9:57 pm (Le parole di Erato, Matematica (la) mente, riflessioni) (, , )

 

Premetto che odio tutti gli status symbol, tutti i clichè e gli stereotipi, così vi sarà chiaro il discorso che sto per cominciare.

In linea generale non ho niente contro i passatempi e i rompicapi in genere, penso che ognuno abbia il suo modo particolare di rovinarsi la vita, o meglio, di isolarsi dal mondo. Io di norma preferisco un buon libro, o buttar giù qualche pensiero di carta. Da appassionata grafomane, nonchè bibliomane non mi permetterei mai di giudicare i personali autismi altrui. Quando uno sghiribizzo mentale altrui diventa, però, uno status simbol, un modo di affermarsi sugli altri e rimarcare la distanze, del genere “Io ho risolto il cubo di Rubik, ordunque sono meglio di te”, allora la cosa comincia ad infastidirmi. Se poi si comincia a stereotipare tipo ” fai matematica? Ma allora lo hai risolto il cubo di Rubik”, diventa un po’ irritante, come altri luoghi comuni del genere ” fai il classico, allora odi la matematica!” oppure “Ma la matematica è una cosa che non serve a niente!”. Io odio i luoghi comuni, così come le definizioni che ci si appiccicano addosso; putroppo le persone non sono articoli di un blog, non si possono taggare. Ogni tanto temo che questo cubo ( e tutte le specie ad esso affini ) per i matematici sia diventato una specie di sudoku, ossia un gioco dapprima semisconosciuto che ora se non lo fai se fuori ( fateci caso ora tutti i giornali hanno il sudoku ). Oppure una specie di equivalente dei cellulari per le sedicenni. Insomma sotto sotto un po’ triste.  Quando vedo ragazzi che si chiudono su quell’ammenicolo  colorato dimenticando il mondo intorno, mi viene un’indicibile tristezza, come quando vedo miei coetani che si rifugiano nella play. Il mondo è lì, pronto ad essere colto, e loro girano e rigirano tesserine colorate nell’ansia di confronto con gli altri solutori ”perchè io gli algoritmi risolutori li ho studiati tutto ieri notte”. Tutto ciò secondo me nasconde due cose. La prima è una malcelata ansia di competizione, cosa che ritengo negativa; perchè una persona si deve realizzare a partire da se stessa, non a partire dagli altri. La seconda è un istinto a chiudersi in un mondo proprio dove nulla di umano ti tange; altra cosa terribile perchè comunica un’inettitudine alla vita quanto meno conturbante. Ora non vorrei sembrare una volpe invidiosa che critica ciò che non riesce a fare. Il famigerato cubo mi fu regalato all’età di 10 anni ( quando stavo un po’ sotto al gioco del 15, mitico!) mi ci ruppi la testa per un po’, mi incazzai, mi irritai. Poi arrivò l’illuminazione: il malefico mi dava infinitamente più soddisfazione come antistress, ossia girando le tesserine in modo puramente random, e allora in quel ritmo quasi da uncinetto mi rilassavo. Io non ho nessuna turba riguardo al rompicapo più famoso del mondo, vorrei solo far notare che ha altri comodi usi, quali: allegro soprammobile, arma di difesa personale, lo vedrei bene anche come emettitore di luci stroboscopiche, porta penne ( se adeguatamente incavato) e altro che lascio alla vostra fantasia.

Come ultima chiosa vi lascio un mi motto coniato giusto oggi.

♥ MAKE LOVE DONT’ CUBE! ♥

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Perchè la Matematica?

Settembre 28, 2008 at 10:48 pm (Matematica (la) mente, riflessioni) (, , )

Domani ricominciano i corsi al Dipartimento di Matematica Guido Castelnuovo dell’Università “La Sapienza” di Roma, e non può che essere una buona occasione per riflettere su una scelta. Perchè Matematica? Ognuno di noi avrà la sua risposta, magari più o meno valida, ma a ciascuno la Matematica comunica qualcosa.

La cosa che personalmente mi ha sempre affascinato della Matematica è il suo essere sorprendente, la sua doppia faccia, precisione e rigore ma anche estrema creatività e immiginazione. Me la sono sempre immaginata come una donna alla Mucha , distante e misteriosa, molto Art Nouveu, di sicuro portatrice inconoscibile ai più. La Matematica va guardata negli occhi per essere compresa, di sicuro un  po’ sfidata. E’ una lotta titanica tra l’imperfezione e la finitezza umana e la perfezione e l’infinito concepibili solo dalla mente dell’uomo. Una sfida con le armi eteree della logica. Bisogna essere un po’ filosofi per essere Matematici. Qualche maligno dice un po’ pazzi, ma quel maligno intende male lo sguardo che trapassa la realtà del matematico, quello sguarda che guarda altri mondi inimmagibili, pluridimensionali. La sua croce e la sua delizia.

In ogni modo domani si ricomincia. A imparare e a giocare con l’infinito.

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