BALLAD OF LOST LOVE

Marzo 24, 2009 at 8:47 pm (Le parole di Erato)

Sempre i 17 anni, sempre l’iglese e il corso di scrittura creativa. Questa volta il tema è la guerra, come essa cambia chi vi partecipa, tanto che i cari lo perdono anche da vivo. E’ una ballata molto pacifista, scritta con la solita pessima metrica, ma con molto sentimento.

BALLAD OF LOST LOVE

In the last battle I lost my love
It ’s sad and dark the sky in this rove
I’m looking for news or for a body,
Has someone seen my blond Rody?
Please, hot wind, that know all love words,
tie him to my memory with your ropes.
Please, cold wind, that play with my true fears,
grab him by his hair, hold him with my tears.
I miss his green eyes, digging with his beaming my poor soul
his unique gaze used to flow
on  my skin printing intagible marks
none peeler is better with his barks.
I hope none killed his smile
I could recognize it from a mile
liquid mercury is in my tummy
with his beaming smile, rise’s sunny.
Please war give back his hands to me
that gave me a pleasure that you can’t see ;
caressing my skin silent blazes burst.
not burning wrapped by his hands each night’s curst!
Where’ s his breath, trembling on my shoulder?
In our timeless nghts it was lust’s border.
Strumbling on my neck it showed mildness,
I pray war hasn’t broken it with hardness.
I mour more for his blooming rose,
red lips in an indifferent pose.
they were blessed giving me honey:
a kiss ’s a treasure without money.
Now at the end I discover the truth:
it’s the worst testimony this bew!
Can tis blood be the end of my rove?
Can a killer remember what’s love?
He killed women and children pitylessly,
now he can look at me only kindlessly.
There isn’t smile on the soldiers’ face.
I need the tasty sweetness of a race.

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BALLAD OF VANE TEARS

Marzo 24, 2009 at 7:59 pm (Le parole di Erato, Uncategorized) (, , )

E’ una ballata che ho scritto in seconda liceo (classico) per il corso di scrittura creativa in lingua inglese.
Quando l’ho scritta avevo 17 anni, la febbre a 39 ed ero molto delusa dall’amore.
Oggi che la pubblico ho 21 anni, ora come ora non ho la febbre, ma, dopo tutto questo amare, questo soffrire, continuo a credere che le lacrime versate per amore siano le più dure ma anche le più inutili.
La trama della ballata è questa: lo spirito di una donna vede un’altra donna piangente nella brughiera, e per spiegarle quanto siano inutili le sue lacrime le racconta le sue storie d’amore.
La lirica suppongo sia pessima, ma all’epoca feci del mio meglio.

Non ho voluto cambiare una sola parola di quello che scrisssi, per mantenere intatto lo spirito di una triste 17enne.

BALLAD OF VANE TEARS

RIT. Little sighing madam sat on your tears
Crying for your love, land me your ears,
Love’s a game of chance, betting
You’ll never know how much you are losing.

I met a poet in my first spring day,
Wearing winded dreams and moonlit wishes,
Joked with my heart like a wild fay
He left my lusts like sealess fishes

RIT.

My insane heart looking for a drug
Was caught by the best tightrope walker
Living in a cloud-castle full of fug
Slipping left me a little heir whiner.

RIT.

Sam was an old friend and true lover
He got me out of trouble chaining me,
Love changed him into a boozer
Violent and jealous, died without having me

RIT.

Last soul’s piece for my son’s friend Taylor
Handsome ’n young full of endless passion,
Discovered us, became a sailor
My son hang his neck asking no question.

RIT.

Now I lay in the moor sat on my tears
Crying for my loves finally appears
Love’s a game of chance, betting
I’ll never know how much I am losing.

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Impressioni sopra “L’odore” dei Subsonica

Febbraio 3, 2009 at 9:59 pm (Le parole di Erato, Musica) (, , , , )

Aleggia, ti precede, insinuandosi in una regione dei sensi a me sconosciuta. Mi parla di te anche se non ti vedo.

E in  un attimo sei nei mie pensieri anche se non volevo, anche se non lo chiedevo: mi hai conquistato e non lo sai, magari neanche lo vuoi.

Eppure qualcosa è succcesso, o forse no?

C’è una traccia che hai lasciato, la tua scia, il tuo odore, che mi cattura e mi rende tua, ma tanto neanche te ne accorgi.

E’ ancora qui, aleggia, anche senza di te, mi è rimasto sulla pelle ( o forse ne cuore).

Non c’è nulla di così sfuggente, eppure così penetrante, come l’odore: è un modo di comunicare, quasi animale quello dell’odore. Qualcosa che ha a che vedere con la parte più istintuale di noi, quella che non si fa fermare da sovrastrutture e convenzioni, quella parte di noi che non cede a compromessi. Quella parte scomoda di noi che prima o dopo tradiamo, per fuggire dalla vita.

Eppure lo sento mi è rimasto addosso: un marchio invisibile e prepotente che mi spinge verso di te.

E’ così potente l’istinto?  Pare di si.  Mi porta su sentieri che non dovrei percorrere, dai quali mi dovrei tenere lontana, eppure ci sono, li calpesto, corro il rischio senza sapere perchè.

Forse è solo un’illusione, una scia di niente.

E’ stata solo un attimo, ma è rimasta.

E’ stato un solco
tracciato all’improvviso
senza certezze,
senza prudenza
quell’annusarci
d’istinto e stupore
in un crescendo
che ha dell’irregolare.

Forse l’attesa
ci ha visto troppo soli,
forse nel mondo
non sapevamo stare
così distanti
ad aspettarci ancora.
Così prudenti,
così distanti,
così prudenti.

Sei il suono, le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi di un amore
che esplode ruvido
di istinto e sudore.

E’ stato un lampo
esploso in un secondo
a illuminarti in un riflesso,
quando temevi
tutta la luce intera,
l’iridescenza
della tristezza.

Probabilmente
lasciandomi cadere
a peso morto
al tuo cospetto
avrei sicuramente
permesso la visuale
sulle mie alienazioni,
sui miei tormenti,
sui miei frammenti.

Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che poi
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano faccia strage di me
in un incerto compromesso
tra la mia anima e il suo riflesso

Sei il suono, le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi di un amore
che esplode fragile
di istinto e sudore.

Quanti graffi da accarezzare
per tutti i cieli che possiamo tracciare,
tutte le reti del tuo odore
dentro gli oceani che dobbiamo affrontare.

Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che tu
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che tu
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio…

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La Macchina

Gennaio 25, 2009 at 12:27 am (Le parole di Erato) (, , )

Era stata creata quasi per caso, da un inventore in pensione che le aveva affidato il suo ultimo barlume di creatività. Era decisamente un prodigio della tecnica: decisamente forte, resistente, ignifuga. Sembrava pronta per affrontare tutto, financo una catastrofe nucleare. Inoltre, essendo un robot di ultima generazione, era dotata di alcune qualità umane: una discreta intelligenza, coraggio, efficenza, solerzia e  generosità. A vederla sembrava che nulla la potesse scalfire mentre correva tra le braci ardenti di un’eruzionione, o si immergeva nelle perigliose acque in tempesta. Dovunque fosse necessaria, lei era lì presente.

Eppure, nella sua magnificenza,  anche mischiandosi con gli esseri umani, era sempre sola. Era molto difficile che qualcuno le si avvicinasse davvero, forse perchè spaventava. Effettivamente era un essere particolare, pur essendo dotato di tutte le caretterische del genere femminile della specie umana nonchè di una conversazione vivace e di una notevole empatia, qualcosa in lei teneva le persone a distanza.

Io penso che ciò che spaventava di lei fosse quaesta corazza d’acciaio invisibile che si palesava nelle sue imprese; sembrava non avesse bisogno di niente e di nessuno. Non sembrava una creatura bisognosa di attenzione, di cura o di conforto.

Eppure ad ogni nuova disillusione qualcosa di profondo si rompeva in lei,  ispessendo ancora di più il suo involucro di acciaio inox.  Stillavano lacrime amare dal suo cuore meccanico, ma il suo sorriso era lì e le braccia ancora pronte per entrare in funzione.

Più sembrava decisa  e sicura nell’intraprendere un cammino, più era confusa e piena di dubbi. Più  si slanciava in una nuova battaglia,  più avrebbe preferito rimanere in casa a curare le vecchie ferite non ancora rimarginate. Più velocemente correva da un impegno all’altro, più aumentava il desiderio di piangere.

Se un orecchio attento avesse poggiato l’orecchio sul suo cuore avrebbe sentito la confusione provocata da un dolore profondo e senza rimedio, un’angoscia senza nome che la opprimeva ogni singolo istante della sua vita.

Se un sguardo osservatore l’avesse fissata negli occhi avrebbe scorto quelle lacrime che non hanno il craggio il sgorgare.

Se un indagatore ostinato le avesse chiesto come stesse DAVVERO si sarebbe stupito della risposta.

Tutto ciò non avvenne ma lei continuò a funzionare perfettamente perchè era una macchina triste, ma pur sempre una macchina, un prodigio della tecnologia.

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VOLA SOLO CHI OSA FARLO

Ottobre 16, 2008 at 10:49 pm (Le parole dei saggi, Le parole di Erato, riflessioni) (, , , , )

“Ho paura” stridette Fortunata.
“Ma vuoi volare, vero?” miagolò Zorba.
Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. La pioggia avvolgeva la torre della televisione, e al porto le gru sembravano animali in riposo.
“Guarda si vede il bazar di Harry. I nostri amici sono laggiù” miagolò Zorba.
“Ho paura! Mamma! ” stridette Fortunata.
Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L’umano prese la gabbiana tra le mani.
“No! Ho paura! Zorba! Zorba!” stridette Fortunata beccando le mani dell’umano.
“Aspetta. Posala sulla balaustra” miagolò Zorba.
“Non avevo intenzione di buttarla giù” disse l’mano.
“Ora volerai ,Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali.” Miagolò Zorba.
La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
“La pioggia. L’acqua. Mi piace!” stridette.
“Ora volerai” miagolò Zorba.
“Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono” stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra.
“Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” miagolò Zorba.
“Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti.” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perchè come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
“Vola!” miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.
Fortunata scomparve alla vista , e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
” Volo! Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
“Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando.
” Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba.
” Ah sì? E che cosa ha capito?” chiese l’umano.
” Che VOLA SOLO CHI OSA FARLO”  miagolò Zorba.
“Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù” lo salutò l’umano.
Zorba rimase a contemplarla finchè non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatte nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto.
“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”  Luis Sepùlveda
Ritorno nuovamente su un tema che mi sta molto a cuore, quello del rischio che secondo me è il sale della vita. Lo ripeto non sempre nella nostra vita tutto è determinato, prestabilito, oppoure ipotizzabile; ci sono volte nelle quali ci dobbiamo gettare senza paracadute per riscoprire la nostra capacità di volare. Non sempre le vittorie sono quelle che si vedono, quelle che si posso riconoscere ad occhi aperti; spesso la vittoria è aver osato. Alcuni lo chiamano coraggio, io lo chiamo volare alto oltre i nostri limiti. e allora tu che hai spiegato le ali nel buoi sarai riconosciuto per la tua forza, per aver osato dove altri fuggono, per aver dato nome  a qualcosa che gli altri fingono di non vedere, per aver parlato quando era meglio tacere, per aver tenteto di aprire una porta che doveva rimanere chiusa. Forse fallirai ma, Oh coraggioso, avrai aggiunto del bagaglio alla tua forza spirituale, divendo migliore, nonchè un esmpio per quanti riconoscono il tuo gesto.
Alle volte la vittoria è il tentativo in sè.

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BUONI PROPOSITI PRIMA DI ANDARE A DORMIRE

Ottobre 13, 2008 at 11:50 pm (Le parole di Erato, riflessioni) (, , )

Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!

Il favoloso mondo di Ameliè

Alle volte nella vita non possiamo determinare quello che sta per succedere, non possiamo sapere quali saranno le conseguenze delle nostre azioni, alle volte se vogliamo una cosa dobbiamo rischiare di perderla. Non si può aspettare per sempre che le situazioni ci cadano addosso, alle volte dobbiamo rischiare. Alle volte è meglio piangere che illudersi. Alle volte bisogna scrontarsi con la vita, se non si vuole far morire quanto di meglio c’è in noi.

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Una botola in Dipartimento

Ottobre 8, 2008 at 11:39 pm (Le parole di Erato, Matematica (la) mente) (, , , , )

“C’è una botola in Dipartimento” gridò qualcuno dalla tromba delle scale ( presso l’aula INDAM, all’incirca); erano le 14 di un normale giorno di lezioni, l’edificio era come al solito gremito, ma nessuno ascoltò. Poi fu il silenzio. Solo qualche giorni più tardi ci si accorse della scomparsa di uno studente del secondo anno, e in maniera del tutto casuale. Entrò trafelata una ragazza di lettere ( arti e scienze dello spettacolo per la precisione)  gridando di rabbia: aveva aspettato per due ore il ragazzo in questione ad un appuntamento e costui non si era presentato. Ora cercava vendetta ma il bastardo non rispondeva al telefono. Solo così ci si accorse che Mario era sparito. A casa non lo vedevano da giorni ma non avevano pensato a nulla d’importante, poichè il piccolo Mario era solito perdere la via di casa durante le sue elucubrazioni matematiche, poteva capitare che dormisse anche sotto un ponte, oppure che non dormisse affatto. I suoi compagni di corso non si erano accorti di niente, ci volle un po’ a distoglierli dal loro icosaedro di Rubik e quasi il doppio del tempo a fargli ricordare chi fosse Mario, se fosse loro amico e se avevano il suo numero. Amici vecchi non aveva, i suoi ex compagni di classe si ricordavano a malapena il suo nome: “Mario chi? Quello che aveva 10 in Matematica? Ah si… Non mi ha mai passato il compito…”. Si provò allora a chiedere ai professori, ma l’unica cosa che si riuscì a ricavare fu la media di Mario che, ahimè, non era molto indicativa sulla sua personalità. Per fortuna i bidelli ( ooopppppsss personale ata) si ricordavano perfettamente chi fosse, chi frequentasse e dove studiava; era uno dei soliti studenti che si aggirano per il Castelnuovo: silenzioso, austero e studioso. Nessuno però sapeva dove si fosse cacciato. Venne però ritrovato il suo zaino: libri di analisi e algebra, la biografia di riemann, quaderni, una penna che aperta rivelava di essere un portatile e l’immancabile cubo. In poche parole Mario era sparito e nessuno aveva idea di dove si fosse cacciato. Solo allora i più svegli cominciarono a chiedersi: ma si è perso al più Mario o al meno Mario? Così si scoprì l’orrore Mario non era l’unico ad essere sparito! Si fece un computo e ci si accorsi che erano spariti: 5 matricole, 234^0 studenti del secondo anno, 2*2 studenti del terzo, 1+1 laureandi, 34^(1/2) studenti della specialistica, 3^(1/2) dottorandi, era sparito pure un professore ( si narra fosse di algebra). Inizialmente si sparse la voce che era sparito financo il direttore del Dipartimento, poi ci si accorse che era solo nascosto sotto una montagna di gesso, e nessuno ci pensò più. Dove erano finite tutte queste persone? Un arguto professore ( pare fosse sempre di algebra, alcuni dicono che fosse addirittura lo stesso professore scomparso) osservò che probabilmete erano solo andate via prima ( di quando non era dato sapere) ; quando poi ci si accorse che non si ricordava in che anno si fosse, le sue tesi vennero scrartate. Qualcuno argomentò che il fatto che le persone non si vedessero non voleva necessariamente implicare che non ci fossero, “un po’ come gli elettroni” assserì. ” Come gli angeli” gridò uno studente di teologia, ma venne incenerito sul posto per  aver osato oltrepassare l’antro del tempio matematico. Qualcuno provò a dimostrare che le persone scomparse non fossero mai esistite, qualcun altro provò addirittura a studiare il grafico della funzione smarrimento, ci fu chi cercò di dare una spiegazione probabilista, chi si applicò dal punto di vista topologico. Tutti questi ragionamenti poratrono a grandi scoperte matematiche che ancora oggi vengono ricordate. Ma nessuno vide più gli scomparsi. Ogni tanto si sentivano dei flebili gemiti “Siamo quiiiiiii, sootttttttoooo l’ aaaaaaaaulllllllllllaaaaaaaa iiiiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnnndaaaaaaaammmmmmm”. Ma nessuno sentì. La vita scorreva tranquilla al Castelnuovo e nessuno si ricodava più degli scomparsi. In questa, che è un’epoca, migliore vengono ricordati come “i desaperecidos del Castelnuovo”, martiri della matematica militante. Solo da poco è stat ritrovata la botola che inghiottò quei poveretti. Non si sa chi la costruì nè come funzionasse. Un saggio disse che la botola era stata costruita da chi ricopre con egoismo e indifferenza il grido della vita., e che il nero del fondo era lo stesso nero di una vita non vissuta. Ma tutti lo tacciarono di pazzia. RItornò chi disse “erano andati via prima” , qualcuno gli rispose ” si dalla vita!”. E tutti tornarona a scirvere sulle lavagne.

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Sul perchè non riesco a sopportare il cubo di Rubik

Ottobre 7, 2008 at 9:57 pm (Le parole di Erato, Matematica (la) mente, riflessioni) (, , )

 

Premetto che odio tutti gli status symbol, tutti i clichè e gli stereotipi, così vi sarà chiaro il discorso che sto per cominciare.

In linea generale non ho niente contro i passatempi e i rompicapi in genere, penso che ognuno abbia il suo modo particolare di rovinarsi la vita, o meglio, di isolarsi dal mondo. Io di norma preferisco un buon libro, o buttar giù qualche pensiero di carta. Da appassionata grafomane, nonchè bibliomane non mi permetterei mai di giudicare i personali autismi altrui. Quando uno sghiribizzo mentale altrui diventa, però, uno status simbol, un modo di affermarsi sugli altri e rimarcare la distanze, del genere “Io ho risolto il cubo di Rubik, ordunque sono meglio di te”, allora la cosa comincia ad infastidirmi. Se poi si comincia a stereotipare tipo ” fai matematica? Ma allora lo hai risolto il cubo di Rubik”, diventa un po’ irritante, come altri luoghi comuni del genere ” fai il classico, allora odi la matematica!” oppure “Ma la matematica è una cosa che non serve a niente!”. Io odio i luoghi comuni, così come le definizioni che ci si appiccicano addosso; putroppo le persone non sono articoli di un blog, non si possono taggare. Ogni tanto temo che questo cubo ( e tutte le specie ad esso affini ) per i matematici sia diventato una specie di sudoku, ossia un gioco dapprima semisconosciuto che ora se non lo fai se fuori ( fateci caso ora tutti i giornali hanno il sudoku ). Oppure una specie di equivalente dei cellulari per le sedicenni. Insomma sotto sotto un po’ triste.  Quando vedo ragazzi che si chiudono su quell’ammenicolo  colorato dimenticando il mondo intorno, mi viene un’indicibile tristezza, come quando vedo miei coetani che si rifugiano nella play. Il mondo è lì, pronto ad essere colto, e loro girano e rigirano tesserine colorate nell’ansia di confronto con gli altri solutori ”perchè io gli algoritmi risolutori li ho studiati tutto ieri notte”. Tutto ciò secondo me nasconde due cose. La prima è una malcelata ansia di competizione, cosa che ritengo negativa; perchè una persona si deve realizzare a partire da se stessa, non a partire dagli altri. La seconda è un istinto a chiudersi in un mondo proprio dove nulla di umano ti tange; altra cosa terribile perchè comunica un’inettitudine alla vita quanto meno conturbante. Ora non vorrei sembrare una volpe invidiosa che critica ciò che non riesce a fare. Il famigerato cubo mi fu regalato all’età di 10 anni ( quando stavo un po’ sotto al gioco del 15, mitico!) mi ci ruppi la testa per un po’, mi incazzai, mi irritai. Poi arrivò l’illuminazione: il malefico mi dava infinitamente più soddisfazione come antistress, ossia girando le tesserine in modo puramente random, e allora in quel ritmo quasi da uncinetto mi rilassavo. Io non ho nessuna turba riguardo al rompicapo più famoso del mondo, vorrei solo far notare che ha altri comodi usi, quali: allegro soprammobile, arma di difesa personale, lo vedrei bene anche come emettitore di luci stroboscopiche, porta penne ( se adeguatamente incavato) e altro che lascio alla vostra fantasia.

Come ultima chiosa vi lascio un mi motto coniato giusto oggi.

♥ MAKE LOVE DONT’ CUBE! ♥

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Fanghiglia

Settembre 25, 2008 at 10:33 pm (Le parole di Erato) (, , )

Fanghiglia:

è odioso restare impantanati

tra l’ieri e l’oggi

tra volere e dovere

senza respirare

l’aria della sera.

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OGGI

Settembre 23, 2008 at 11:44 pm (Le parole di Erato) (, , , , )

Come chi frequenta abitualmente il Dipartimento di Matematica ha potuto notare da oggi sono affissi in giro per i corridoi e in altri luoghi del CastelNuovo degli ameni fogliettini pieni di citazioni.

Cosa rappresentano? Perchè sono stati messi? Cosa sperano di provocare?

Se siete finiti su questo blog un primo passo è stato compiuto, vi siete incuriositi; avete abbandonato le usuali abitudini per andare verso l’ignoto. E non è per niente scontato.

Ora avete davanti questa pagina virtuale, se guardate la banda a destra ci sono un po’ di post in bacheca. La cosa più naturale è continuare a curiosare!

Se poi la lettura vi avrà suscitato domande, perplessità, rabbia  o altro sta a voi darvi la risposta.

In poche parole questo è uno spazio virtuale di pensiero artistico-scientifico-filosofico libero. Vengono espresse delle opinioni che non aspettano altro che essere contraddette, viene prodotto qualcosa di pseudo artistico che aspetta solo di essere ampliato.

L’intento generale è quello di aprire una prospettiva. Una prospettiva di pensiero globale nel quale non si divida il sapere umano per aree o ambiti. Un orizzonte culturale più ampio nel quale la nostra scelta accademica non debba restringere i nostri interessi bensì ampliarli.

In poche parole questo è un luogo virtuale nel quale far spaziare il pensiero, sta a voi aiutarci a farlo.

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Foglia

Settembre 19, 2008 at 1:25 am (Le parole di Erato) (, , )

Come foglia

nel vento

si disperde

l’anima mia.

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Fontana Berlinese

Settembre 8, 2008 at 2:47 pm (Le parole di Erato) (, , , , )

SaltellanteSlanciata verso l'alto
Plinplinante
in un tripudio
di gioia colorata.
Acqua
in ogni forna
diventa esibizione.
Acqua
nella forza
nei colori
nella vita che ti dona.
Slanciata verso l’alto.
Acqua
che conquista 

l’artista di uno sguardo. 

Arte naturale
artistica Natura
di una vita
colorata
improvvisata
nella  gioia

d’esser qui.
Ritmo
sfumature
scroscio allegro

di una fantasia esibita
che grida di stupore
per la vita che ci scorre

come acqua
tra le dita. 
colorata

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Una poesia d’amore

Settembre 3, 2008 at 4:07 pm (Le parole di Erato) (, , , , )

RISVEGLIO

 

 

Mi sveglio all’alba,

Amandoti in punta di piedi,

come rugiada scivolo via

in un giorno che non comprende

ciò che fu la  Notte.

 

Mi sveglio all’alba,

Sospirando tra gli sbadigli

Il tuo nome sconosciuto alla luce,

affinché apprenda

la dolcezza della Notte.

 

Mi sveglio all’alba,

Masticando ricordi non vissuti

Di altre epoche ed altre vite

Permeate della tua essenza

Che profumò la mia Notte.

 

Mi sveglio all’alba,

Abbandonandoti ai tuoi sogni,

ignaro del mio andare

incorniciato da lacrime,

nostalgiche della Notte.

 

Mi sveglio all’alba,

salutandoti in silenzio

assaporo il tuo respiro

che promette lealmente

l’amore di un’altra Notte.

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