Monologo per assurdo
Ipotizziamo, così, per giocare, che io mi sia innamorata di te, tu che faresti? Non arrossire: è un’ipotesi, un’implicazione falsa, un assurdo. Ora ti schernisci, guardi basso per non incrociare il mio sguardo, ti metto a disagio, e pensare che stavo solo fantasticando. Ma se io ti dicessi che davvero sei il signore di ogni momento del mio pensiero, che sei il compagno silenzioso e solerte delle mie giornate, che ogni giornata è persa se non incrocio i tuoi occhi, che mi diresti? Ti prego non pulirti le lenti con fare noncurante, come per non sentire quel che dico. Te l’ho detto, è una dimostrazione per assurdo, dobbiamo partire da un’ipotesi palesemente falsa, me l’hai spiegato proprio te. Va bene, mettiamo che tutto ciò ti lasci perfettamente indifferente, che non ti tanga minimamente. Sai che farei io in quel caso? Butterei il carico da 11, rischierei di più! E allora comincerei a dirti che ti vorrei abbracciare per sentire il contatto con il tuo corpo caldo e protettivo, che vorrei accarezzare la tua anima per curare ferite che nessuno conosce, e soprattutto, ti vorrei baciare per fondermi un poco con te, come solo gli innamorati sanno fare.
Lo vedo, non sai che dire. E pensare che da te mi aspettavo una reazione diversa. Ma questo silezio no, non me lo merito. Non se lo merita nessuno. Guarda, vanno bene anche tre parole come: “Sei una stupida”, anzi due soltanto, “Che dici?”. Ti prego non fare quello sguardo: non hai sbagliato niente. Anzi ti dirò di più: è colpa mia, sono un’inguaribile romantica. Sono una che a queste cose ci crede ancora. Una che crede in te, che si fida di te. Si fida così tanto da darti un pugnale in mano, ben conscia che lo potresti usare proprio contro di lei. Ora ce lo hai in mano, il coltello. Eccolo lì. Che hai intenzione di fare?
Chiara e Virginia