La Macchina
Era stata creata quasi per caso, da un inventore in pensione che le aveva affidato il suo ultimo barlume di creatività. Era decisamente un prodigio della tecnica: decisamente forte, resistente, ignifuga. Sembrava pronta per affrontare tutto, financo una catastrofe nucleare. Inoltre, essendo un robot di ultima generazione, era dotata di alcune qualità umane: una discreta intelligenza, coraggio, efficenza, solerzia e generosità. A vederla sembrava che nulla la potesse scalfire mentre correva tra le braci ardenti di un’eruzionione, o si immergeva nelle perigliose acque in tempesta. Dovunque fosse necessaria, lei era lì presente.
Eppure, nella sua magnificenza, anche mischiandosi con gli esseri umani, era sempre sola. Era molto difficile che qualcuno le si avvicinasse davvero, forse perchè spaventava. Effettivamente era un essere particolare, pur essendo dotato di tutte le caretterische del genere femminile della specie umana nonchè di una conversazione vivace e di una notevole empatia, qualcosa in lei teneva le persone a distanza.
Io penso che ciò che spaventava di lei fosse quaesta corazza d’acciaio invisibile che si palesava nelle sue imprese; sembrava non avesse bisogno di niente e di nessuno. Non sembrava una creatura bisognosa di attenzione, di cura o di conforto.
Eppure ad ogni nuova disillusione qualcosa di profondo si rompeva in lei, ispessendo ancora di più il suo involucro di acciaio inox. Stillavano lacrime amare dal suo cuore meccanico, ma il suo sorriso era lì e le braccia ancora pronte per entrare in funzione.
Più sembrava decisa e sicura nell’intraprendere un cammino, più era confusa e piena di dubbi. Più si slanciava in una nuova battaglia, più avrebbe preferito rimanere in casa a curare le vecchie ferite non ancora rimarginate. Più velocemente correva da un impegno all’altro, più aumentava il desiderio di piangere.
Se un orecchio attento avesse poggiato l’orecchio sul suo cuore avrebbe sentito la confusione provocata da un dolore profondo e senza rimedio, un’angoscia senza nome che la opprimeva ogni singolo istante della sua vita.
Se un sguardo osservatore l’avesse fissata negli occhi avrebbe scorto quelle lacrime che non hanno il craggio il sgorgare.
Se un indagatore ostinato le avesse chiesto come stesse DAVVERO si sarebbe stupito della risposta.
Tutto ciò non avvenne ma lei continuò a funzionare perfettamente perchè era una macchina triste, ma pur sempre una macchina, un prodigio della tecnologia.
Monologo per assurdo
Ipotizziamo, così, per giocare, che io mi sia innamorata di te, tu che faresti? Non arrossire: è un’ipotesi, un’implicazione falsa, un assurdo. Ora ti schernisci, guardi basso per non incrociare il mio sguardo, ti metto a disagio, e pensare che stavo solo fantasticando. Ma se io ti dicessi che davvero sei il signore di ogni momento del mio pensiero, che sei il compagno silenzioso e solerte delle mie giornate, che ogni giornata è persa se non incrocio i tuoi occhi, che mi diresti? Ti prego non pulirti le lenti con fare noncurante, come per non sentire quel che dico. Te l’ho detto, è una dimostrazione per assurdo, dobbiamo partire da un’ipotesi palesemente falsa, me l’hai spiegato proprio te. Va bene, mettiamo che tutto ciò ti lasci perfettamente indifferente, che non ti tanga minimamente. Sai che farei io in quel caso? Butterei il carico da 11, rischierei di più! E allora comincerei a dirti che ti vorrei abbracciare per sentire il contatto con il tuo corpo caldo e protettivo, che vorrei accarezzare la tua anima per curare ferite che nessuno conosce, e soprattutto, ti vorrei baciare per fondermi un poco con te, come solo gli innamorati sanno fare.
Lo vedo, non sai che dire. E pensare che da te mi aspettavo una reazione diversa. Ma questo silezio no, non me lo merito. Non se lo merita nessuno. Guarda, vanno bene anche tre parole come: “Sei una stupida”, anzi due soltanto, “Che dici?”. Ti prego non fare quello sguardo: non hai sbagliato niente. Anzi ti dirò di più: è colpa mia, sono un’inguaribile romantica. Sono una che a queste cose ci crede ancora. Una che crede in te, che si fida di te. Si fida così tanto da darti un pugnale in mano, ben conscia che lo potresti usare proprio contro di lei. Ora ce lo hai in mano, il coltello. Eccolo lì. Che hai intenzione di fare?
Chiara e Virginia