BALLAD OF VANE TEARS
E’ una ballata che ho scritto in seconda liceo (classico) per il corso di scrittura creativa in lingua inglese.
Quando l’ho scritta avevo 17 anni, la febbre a 39 ed ero molto delusa dall’amore.
Oggi che la pubblico ho 21 anni, ora come ora non ho la febbre, ma, dopo tutto questo amare, questo soffrire, continuo a credere che le lacrime versate per amore siano le più dure ma anche le più inutili.
La trama della ballata è questa: lo spirito di una donna vede un’altra donna piangente nella brughiera, e per spiegarle quanto siano inutili le sue lacrime le racconta le sue storie d’amore.
La lirica suppongo sia pessima, ma all’epoca feci del mio meglio.
Non ho voluto cambiare una sola parola di quello che scrisssi, per mantenere intatto lo spirito di una triste 17enne.
BALLAD OF VANE TEARS
RIT. Little sighing madam sat on your tears
Crying for your love, land me your ears,
Love’s a game of chance, betting
You’ll never know how much you are losing.
I met a poet in my first spring day,
Wearing winded dreams and moonlit wishes,
Joked with my heart like a wild fay
He left my lusts like sealess fishes
RIT.
My insane heart looking for a drug
Was caught by the best tightrope walker
Living in a cloud-castle full of fug
Slipping left me a little heir whiner.
RIT.
Sam was an old friend and true lover
He got me out of trouble chaining me,
Love changed him into a boozer
Violent and jealous, died without having me
RIT.
Last soul’s piece for my son’s friend Taylor
Handsome ’n young full of endless passion,
Discovered us, became a sailor
My son hang his neck asking no question.
RIT.
Now I lay in the moor sat on my tears
Crying for my loves finally appears
Love’s a game of chance, betting
I’ll never know how much I am losing.
I’ll be waiting
“This is the hardest story that I ever told”
Robyn amava gli altri.
Un giorno conobbe Agape, da cui imparò a guardare il mondo con occhi diversi.
Insieme, percorrendo le strade più impervie del pensiero umano, ne andavano scoprendo alcuni segreti e, trovandosi di fronte dilemmi e ostacoli sempre nuovi, forti del loro essere insieme, sapevano dimostrarsi invincibili.
Il primo amore di Agape era nato e si era disfatto già pochi anni prima, durante la sua adolescenza.
Da quando Robyn aveva incontrato Jeade provava qualcosa di nuovo nei confronti del mondo: gratitudine.
Il tenero attaccamento tra Robyn e Jeade non aveva tardato a manifestarsi, seppure timidamente. Agli sguardi delle altre persone non sfuggiva mai il loro minimo scambio d’affetto, non una sola dolce promessa silenziosa e ridente. Inevitabilmente, tutto questo compariva anche in superficie, ed ognuno si convinse della bellezza e della vitalità dell’affiatamento tra quelle due anime.
More loneliness than any man could bear
Rescue me before I fall into despair
Agape era entusiasta di ciò che aveva improvvisamente fatto irruzione nelle vite di Jeade e Robyn. Nutriva tuttavia il desiderio di provare nuovamente emozioni autentiche, e di saperle condivise. Col pensiero sfiorava, coscientemente per poi arrivare a penetrarla, la superficie dei suoi sogni più ricorrenti, così densi di parole mai pronunciate.
Only hope can keep me together…
Un giorno Agape si imbattè in qualcuno che non si aspettava affatto. Il suo cuore rimase colpito da una scossa violenta. Uno stile di vita, un atteggiamento disilluso, l’immensità di due occhi nascosti, spauriti, sorpresi, tristi e vagabondi. L’infelicità trasudava da ogni angolo di quel corpo apparentemente disabitato, impregnava l’aria che respiravano quando erano a contatto, preoccupava e inibiva Agape.
Robyn si soffermò a lungo a riflettere sulle nuove perplessità suscitate da Agape riguardo tale incredibile scoperta.
Si rivolse più d’una volta il quesito senza risposta: “Come compostarsi?”, finché giunse a valutare l’importanza dell’agire spontaneo in simili circostanze, oscure ed enigmatiche.
“Sense is broken
It has been torn apart
to me”
lesse. Frasi già scritte, già pensate precedentemente, in altri, ormai distanti scenari di guerra e solitudine. Si addormentò col pensiero di aver chiuso la questione.
Agape continuò ad osservare lo strano fenomeno dell’essere tenebroso e solitario, apparizione abituale del pomeriggio. Talvolta sembrava di cogliere, riposto al sicuro sotto una coltre di ciuffi, un sorriso disarmante, colmo di infinita dolcezza.
Era presto per impegnarsi in un sentimento vero, ma…
Robyn amava Jeade, sentiva di essere il neonato allevato da quel cucciolo a cui poi aveva tenuto compagnia, rendendone i giorni più luminosi, senza precludergli alcuna libertà, donandogli l’affetto e la serenità che entrambi avevano cercato a lungo. Era un amore disinteressato, color del sole. Coi suoi raggi circondava gli increduli spettatori del loro amore, affascinati e spaventati da quel legame, come dal mistero insondabile della fusione tra due essenze. Tuttavia si trattava, per Robyn, di un fragile non-equilibrio, difficile da tenere saldo, un delicato fiore che con l’arrivo dell’inverno si sarebbe docilmente piegato al volere del vento e della pioggia.
Robyn desiderava ardentemente la felicità di Agape.
“Che persona impossibile..
E allora, prima di rovinare tutto..
Mi concentrerò una volta per tutte sui miei obiettivi, e non avrò più alcun ostacolo..”
Pensò intensamente, fino a logorarsi la mente..
Ad un tratto capì. D’istinto, la risoluzione.
Che non avrebbe svelato a nessuno.
Le prime giornate che seguirono Robyn le trascorse sui libri e, nelle pause, a spiare Jeade da dietro le porte, i muri e gli alberi ad ambedue perfettamente noti, prendendosi la testa tra le mani e chiedendosi se avesse compiuto la scelta giusta. Ma poi si sollevava dai suoi pensieri, e si incamminava verso ciò che l’aspettava. Jeade, del tutto inconsapevole di quanto stava accadendo, cominciò a sospettare della scomparsa di Robyn solo dopo tre giorni di vane ricerche, all’inizio ingenue, poi via via sempre più precise ed esasperate.
Una mattina Robyn, mentre camminava leggendo, per poco non si scontrò, casualmente, con Jeade, la cui attenzione venne però attirata altrove in quel medesimo istante. Robyn si ritrasse dall’angolo pericoloso del labirintico corridoio, rifugiandosi dietro uno scaffale, ed attese. Anche senza sbirciare, riuscì a percepire turbamento nella figura, di spalle, di Jeade, un tremore nella sua voce che tradiva un mancamento. Si portò le mani sulla testa, appoggiandosi alla parete, in silenzio. Ascoltando Jeade nel buio, chiuse gli occhi. Poi li riaprì, fissò il suo sguardo a terra, poi sulle forme della persona che tanto amava.
Guardando fuori dalla finestra della sua camera, Jeade manteneva un’espressione a metà tra il rassegnato, il meravigliato, e il corrucciato.
I should have known this right from the start
Love can mend your life but love can break your heart.
2 o’clock in the morning, something’s on my mind
Can’t get no rest; keep walkin’ around
Una notte Robyn scorse l’ombra di Jeade passeggiare lungo le mura di cinta della città, e la osservò allontanarsi lentamente di fronte a sé, passare poi tra le rovine di un antico reame, mai contemplato attraverso un simile struggente splendore.
Una voce gridava in un sussurro, dal profondo:
You’ve got the love you need right in front of you
Please come home!
Itaca
ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne’ nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
Kostantin Kavafis
E’ una bellissima poesia, un’ispirazione di vita.
BALLAD OF LOST LOVE
Sempre i 17 anni, sempre l’iglese e il corso di scrittura creativa. Questa volta il tema è la guerra, come essa cambia chi vi partecipa, tanto che i cari lo perdono anche da vivo. E’ una ballata molto pacifista, scritta con la solita pessima metrica, ma con molto sentimento.
BALLAD OF LOST LOVE
In the last battle I lost my love It ’s sad and dark the sky in this rove I’m looking for news or for a body, Has someone seen my blond Rody? Please, hot wind, that know all love words, tie him to my memory with your ropes. Please, cold wind, that play with my true fears, grab him by his hair, hold him with my tears. I miss his green eyes, digging with his beaming my poor soul his unique gaze used to flow on my skin printing intagible marks none peeler is better with his barks. I hope none killed his smile I could recognize it from a mile liquid mercury is in my tummy with his beaming smile, rise’s sunny. Please war give back his hands to me that gave me a pleasure that you can’t see ; caressing my skin silent blazes burst. not burning wrapped by his hands each night’s curst! Where’ s his breath, trembling on my shoulder? In our timeless nghts it was lust’s border. Strumbling on my neck it showed mildness, I pray war hasn’t broken it with hardness. I mour more for his blooming rose, red lips in an indifferent pose. they were blessed giving me honey: a kiss ’s a treasure without money. Now at the end I discover the truth: it’s the worst testimony this bew! Can tis blood be the end of my rove? Can a killer remember what’s love? He killed women and children pitylessly, now he can look at me only kindlessly. There isn’t smile on the soldiers’ face. I need the tasty sweetness of a race.Pensieri dedicati a chi fieramente si batte in onore dell’istinto del sentimento
È stato un solco
tracciato all’improvviso
senza certezze,
senza prudenza
nell’ annusarci
d’istinto e di stupore,
in un crescendo
che ha dell’irregolare.
Qualcosa che non ha un nome, e neanche un volto, ma solo un sapore, che lo ricorda; si mischia, si mesce, su un piatto d’argento, eccolo che ritorna, inaspettato e sorprendente, si regge sospeso poco sopra il calice che lo contiene, si conserva immobile, tenuto da legami apparentemente invisibili.
Rende tutto diverso, forte d’una luce nuova, intensa, impossibile da ignorare, che influenza l’atmosfera, cambia i connotati alla vita reale..o meglio a ciò che solamente si vede, si tocca, si assaggia, si ascolta..
Forse l’attesa ci ha visto troppo soli,
forse nel mondo non sapevamo stare
così distanti
ad aspettarci ancora.
Così prudenti,
così distanti,
così prudenti.
Sei il suono,
le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi di un amore
che esplode ruvido di istinto e sudore.
Non vi si può sottrarre all’infinito, il richiamo giunge, selvaggiamente attira la nostra attenzione, innocente, anche solo dell’inconscio..
Un tamburo primordiale, che batte senza attendere che la mente sia pronta o consapevole, irrompe nel suono rumoroso e impietoso, feroce e implacabile, come il desiderio di sentirlo colpire l’udito.
Non esiste aspettativa, nè certezza, nè calcolo che non possano essere traditi da questa incisione profonda e leggerissima al tempo stesso: è inutile tentare di renderla una linea regolare: è una musica che imperversa, divampa come una fiamma, inarrestabile, acre e mite, calda, passionale, inevitabilmente discordante con la melodia dettata dalla ragione.
È stato un lampo
esploso in un secondo
a illuminarti
in un riflesso,
quando temevi
tutta la luce intera,
l’iridescenza
della tristezza.
Probabilmente
lasciandomi cadere a peso morto
al tuo cospetto
avrei sicuramente permesso la visuale
sulle mie alienazioni,
sui miei tormenti,
sui miei frammenti.
Immagini, visioni..ci si affida a ciò che l’altro può comprendere..ci si lascia scoprire indifesi, com’è giusto che sia..esser capaci di provare debolezze rappresenta la vera forza.
Ma voglio
che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio
che poi nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano faccia strage di me
in un incerto compromesso
tra la mia anima e il suo riflesso.
La meraviglia cede il posto ad una sensualità accorta, e l’identità di ciò che la provoca non è più importante, poichè si è trasportati in un avvincente passo di danza..
Sei il suono,
le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi
di un amore
che esplode fragile di istinto e sudore.
Quanti graffi da accarezzare
per tutti i cieli che possiamo tracciare,
tutte le reti
del tuo odore
dentro gli oceani che dobbiamo affrontare.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio
che tu
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che tu nell’insinuarti tu sia incantevole.
Ma voglio…
Non sembra, ma esso, l’odore, è fragile e sottile, non racchiude solo l’eros in sè..è invece più simile ad una piccola fenditura da cui sbuca timido ed incerto un bagliore pieno di mistero.
Impressioni sopra “L’odore” dei Subsonica
Aleggia, ti precede, insinuandosi in una regione dei sensi a me sconosciuta. Mi parla di te anche se non ti vedo.
E in un attimo sei nei mie pensieri anche se non volevo, anche se non lo chiedevo: mi hai conquistato e non lo sai, magari neanche lo vuoi.
Eppure qualcosa è succcesso, o forse no?
C’è una traccia che hai lasciato, la tua scia, il tuo odore, che mi cattura e mi rende tua, ma tanto neanche te ne accorgi.
E’ ancora qui, aleggia, anche senza di te, mi è rimasto sulla pelle ( o forse ne cuore).
Non c’è nulla di così sfuggente, eppure così penetrante, come l’odore: è un modo di comunicare, quasi animale quello dell’odore. Qualcosa che ha a che vedere con la parte più istintuale di noi, quella che non si fa fermare da sovrastrutture e convenzioni, quella parte di noi che non cede a compromessi. Quella parte scomoda di noi che prima o dopo tradiamo, per fuggire dalla vita.Eppure lo sento mi è rimasto addosso: un marchio invisibile e prepotente che mi spinge verso di te.
E’ così potente l’istinto? Pare di si. Mi porta su sentieri che non dovrei percorrere, dai quali mi dovrei tenere lontana, eppure ci sono, li calpesto, corro il rischio senza sapere perchè.
Forse è solo un’illusione, una scia di niente.
E’ stata solo un attimo, ma è rimasta.
E’ stato un solco
tracciato all’improvviso
senza certezze,
senza prudenza
quell’annusarci
d’istinto e stupore
in un crescendo
che ha dell’irregolare.
Forse l’attesa
ci ha visto troppo soli,
forse nel mondo
non sapevamo stare
così distanti
ad aspettarci ancora.
Così prudenti,
così distanti,
così prudenti.
Sei il suono, le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi di un amore
che esplode ruvido
di istinto e sudore.
E’ stato un lampo
esploso in un secondo
a illuminarti in un riflesso,
quando temevi
tutta la luce intera,
l’iridescenza
della tristezza.
Probabilmente
lasciandomi cadere
a peso morto
al tuo cospetto
avrei sicuramente
permesso la visuale
sulle mie alienazioni,
sui miei tormenti,
sui miei frammenti.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che poi
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano faccia strage di me
in un incerto compromesso
tra la mia anima e il suo riflesso
Sei il suono, le parole
di ogni certezza persa dentro il tuo odore.
Siamo gli ostaggi di un amore
che esplode fragile
di istinto e sudore.
Quanti graffi da accarezzare
per tutti i cieli che possiamo tracciare,
tutte le reti del tuo odore
dentro gli oceani che dobbiamo affrontare.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che tu
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio che tu
tu piano piano scivoli dentro me,
ma voglio che tu
nell’insinuarti sia incantevole.
Ma voglio…
La Macchina
Era stata creata quasi per caso, da un inventore in pensione che le aveva affidato il suo ultimo barlume di creatività. Era decisamente un prodigio della tecnica: decisamente forte, resistente, ignifuga. Sembrava pronta per affrontare tutto, financo una catastrofe nucleare. Inoltre, essendo un robot di ultima generazione, era dotata di alcune qualità umane: una discreta intelligenza, coraggio, efficenza, solerzia e generosità. A vederla sembrava che nulla la potesse scalfire mentre correva tra le braci ardenti di un’eruzionione, o si immergeva nelle perigliose acque in tempesta. Dovunque fosse necessaria, lei era lì presente.
Eppure, nella sua magnificenza, anche mischiandosi con gli esseri umani, era sempre sola. Era molto difficile che qualcuno le si avvicinasse davvero, forse perchè spaventava. Effettivamente era un essere particolare, pur essendo dotato di tutte le caretterische del genere femminile della specie umana nonchè di una conversazione vivace e di una notevole empatia, qualcosa in lei teneva le persone a distanza.
Io penso che ciò che spaventava di lei fosse quaesta corazza d’acciaio invisibile che si palesava nelle sue imprese; sembrava non avesse bisogno di niente e di nessuno. Non sembrava una creatura bisognosa di attenzione, di cura o di conforto.
Eppure ad ogni nuova disillusione qualcosa di profondo si rompeva in lei, ispessendo ancora di più il suo involucro di acciaio inox. Stillavano lacrime amare dal suo cuore meccanico, ma il suo sorriso era lì e le braccia ancora pronte per entrare in funzione.
Più sembrava decisa e sicura nell’intraprendere un cammino, più era confusa e piena di dubbi. Più si slanciava in una nuova battaglia, più avrebbe preferito rimanere in casa a curare le vecchie ferite non ancora rimarginate. Più velocemente correva da un impegno all’altro, più aumentava il desiderio di piangere.
Se un orecchio attento avesse poggiato l’orecchio sul suo cuore avrebbe sentito la confusione provocata da un dolore profondo e senza rimedio, un’angoscia senza nome che la opprimeva ogni singolo istante della sua vita.
Se un sguardo osservatore l’avesse fissata negli occhi avrebbe scorto quelle lacrime che non hanno il craggio il sgorgare.
Se un indagatore ostinato le avesse chiesto come stesse DAVVERO si sarebbe stupito della risposta.
Tutto ciò non avvenne ma lei continuò a funzionare perfettamente perchè era una macchina triste, ma pur sempre una macchina, un prodigio della tecnologia.
Monologo per assurdo
Ipotizziamo, così, per giocare, che io mi sia innamorata di te, tu che faresti? Non arrossire: è un’ipotesi, un’implicazione falsa, un assurdo. Ora ti schernisci, guardi basso per non incrociare il mio sguardo, ti metto a disagio, e pensare che stavo solo fantasticando. Ma se io ti dicessi che davvero sei il signore di ogni momento del mio pensiero, che sei il compagno silenzioso e solerte delle mie giornate, che ogni giornata è persa se non incrocio i tuoi occhi, che mi diresti? Ti prego non pulirti le lenti con fare noncurante, come per non sentire quel che dico. Te l’ho detto, è una dimostrazione per assurdo, dobbiamo partire da un’ipotesi palesemente falsa, me l’hai spiegato proprio te. Va bene, mettiamo che tutto ciò ti lasci perfettamente indifferente, che non ti tanga minimamente. Sai che farei io in quel caso? Butterei il carico da 11, rischierei di più! E allora comincerei a dirti che ti vorrei abbracciare per sentire il contatto con il tuo corpo caldo e protettivo, che vorrei accarezzare la tua anima per curare ferite che nessuno conosce, e soprattutto, ti vorrei baciare per fondermi un poco con te, come solo gli innamorati sanno fare.
Lo vedo, non sai che dire. E pensare che da te mi aspettavo una reazione diversa. Ma questo silezio no, non me lo merito. Non se lo merita nessuno. Guarda, vanno bene anche tre parole come: “Sei una stupida”, anzi due soltanto, “Che dici?”. Ti prego non fare quello sguardo: non hai sbagliato niente. Anzi ti dirò di più: è colpa mia, sono un’inguaribile romantica. Sono una che a queste cose ci crede ancora. Una che crede in te, che si fida di te. Si fida così tanto da darti un pugnale in mano, ben conscia che lo potresti usare proprio contro di lei. Ora ce lo hai in mano, il coltello. Eccolo lì. Che hai intenzione di fare?
Chiara e Virginia
Sparkling glass
Per coloro che continuano a credere, seguendo il proprio cuore, in qualcosa di indefinito, sottile e comunemente improbabile.
Per coloro che, abbagliati da tracce e segnali indecifrabili lanciati da chi sognano, aspettano il calore del Sole.
Per coloro che nonostante tutto si illudono, cedendo senza alcuna difesa alla speranza, e non si accontentano.
Per coloro che sfidano e guardano oltre la banalità delle apparenze.
Per tutte le persone alle quali voglio bene.
You’re a falling star
You’re the get away car
You’re the line in the sand when I go too far
You’re the swimming pool on an August day
And you’re the perfect thing to see.
And you play your card, but it’s kinda cute
Ah, when you smile at me you know exactly what you do.
Baby don’t pretend,
That you don’t know it’s true.
Cause you can see it when I look at you.
And in this crazy life,
And through these crazy times
It’s you, it’s you
You make me sing
You’re every line, you’re every word, you’re everything.
You’re a carousel
You’re a wishing well
And you light me up, when you ring my bell.
You’re a mystery, you’re from outer space
You’re every minute of my every day.
[...]
Quel vetro scintilla.
Lo tocco, ti tocco;
per capire che è vero,
se è vero.
Si, lo so,
si potrebbe spezzare.
Ma stavolta ci voglio credere,
a quello che sta nascendo tra noi;
questo sentimento così delicato
così prezioso.
E per una volta,
così trasparente.
Penelope
Ti penso.
Vorrei che il mare mi conducesse nuovamente alle amate spiagge
dalle quali sento ora di essere spaventosamente distante.
Costretto
da ineluttabile volontà
a vagare in cerca di regioni
che credo perdute
forse vaneggio
immaginando
o sogno proibito,
di rivederti
un giorno.
Signora della mia terra
Padrona del mio cuore
Tu sola vincitrice.
Il tuo volto
forse un po’ indurito dal tempo
ma reso ancor più bello dalla fermezza nello guardo
che sommità di montagne
minimamente scosse dalla tempesta t’invidiano,
inseguo e ammiro
assorto in tetre meditazioni.
Dolce miraggio dell’anima
come astro luminoso,
Te e nessun’altra riconosco in me stesso.
E doloroso mi è in dispersi luoghi indugiare
nei quali lo splendore rende triste il dovere di rendervi omaggio
-quale astuto guerriero e buon comandante-
mantenendo disperatamente interminabile la rotta.
Ciascuna nuova tappa
segnata dal cieco avanzare del mio cammino
non fa che incupirne l’aspetto.
Giuro agli dei che sfiderò l’avverso Fato
per riaverti al mio fianco
ma essi ben dimostrano di conoscer nei sentimenti
colui che scatena le loro ire,
volendomi da te profondamente lontano.
In ogni donna che incontro
scorgo di come baciarne le labbra
senza avvertirne il calore
svelerebbe il nome
della stella,
unica, tra le insignificanti fiamme,
che anelo a ritrovare,
colei, figlia di chi,
evitando che si spegnesse per mano di acque incerte
mi permise di amarla.
Entrambi smarriti, in chissà quale sorte,
non dispero la tua migliore della mia…
Se stai sperando,
coraggiosa Regina,
incessante e immortale
scrutatrice del luminoso orizzonte,
al chiarore dell’alba
o durante l’acceso rossore del tramonto
fiduciosa nell’attesa,
possa questa esser colmata
da una gioiosa venuta,
accolta dal candore inaspettato
d’un tuo sorriso.
VOLA SOLO CHI OSA FARLO
“Ho paura” stridette Fortunata. “Ma vuoi volare, vero?” miagolò Zorba. Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. La pioggia avvolgeva la torre della televisione, e al porto le gru sembravano animali in riposo. “Guarda si vede il bazar di Harry. I nostri amici sono laggiù” miagolò Zorba. “Ho paura! Mamma! ” stridette Fortunata. Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L’umano prese la gabbiana tra le mani. “No! Ho paura! Zorba! Zorba!” stridette Fortunata beccando le mani dell’umano. “Aspetta. Posala sulla balaustra” miagolò Zorba. “Non avevo intenzione di buttarla giù” disse l’mano. “Ora volerai ,Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali.” Miagolò Zorba. La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi. “La pioggia. L’acqua. Mi piace!” stridette. “Ora volerai” miagolò Zorba. “Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono” stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra. “Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” miagolò Zorba. “Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti.” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perchè come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi. “Vola!” miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena. Fortunata scomparve alla vista , e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele. Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa. ” Volo! Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio. L’umano accarezzò il dorso del gatto. “Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando. ” Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba. ” Ah sì? E che cosa ha capito?” chiese l’umano. ” Che VOLA SOLO CHI OSA FARLO” miagolò Zorba. “Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù” lo salutò l’umano. Zorba rimase a contemplarla finchè non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatte nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto. “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” Luis SepùlvedaRitorno nuovamente su un tema che mi sta molto a cuore, quello del rischio che secondo me è il sale della vita. Lo ripeto non sempre nella nostra vita tutto è determinato, prestabilito, oppoure ipotizzabile; ci sono volte nelle quali ci dobbiamo gettare senza paracadute per riscoprire la nostra capacità di volare. Non sempre le vittorie sono quelle che si vedono, quelle che si posso riconoscere ad occhi aperti; spesso la vittoria è aver osato. Alcuni lo chiamano coraggio, io lo chiamo volare alto oltre i nostri limiti. e allora tu che hai spiegato le ali nel buoi sarai riconosciuto per la tua forza, per aver osato dove altri fuggono, per aver dato nome a qualcosa che gli altri fingono di non vedere, per aver parlato quando era meglio tacere, per aver tenteto di aprire una porta che doveva rimanere chiusa. Forse fallirai ma, Oh coraggioso, avrai aggiunto del bagaglio alla tua forza spirituale, divendo migliore, nonchè un esmpio per quanti riconoscono il tuo gesto. Alle volte la vittoria è il tentativo in sè.
BUONI PROPOSITI PRIMA DI ANDARE A DORMIRE
Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!
Il favoloso mondo di Ameliè
Alle volte nella vita non possiamo determinare quello che sta per succedere, non possiamo sapere quali saranno le conseguenze delle nostre azioni, alle volte se vogliamo una cosa dobbiamo rischiare di perderla. Non si può aspettare per sempre che le situazioni ci cadano addosso, alle volte dobbiamo rischiare. Alle volte è meglio piangere che illudersi. Alle volte bisogna scrontarsi con la vita, se non si vuole far morire quanto di meglio c’è in noi.
Ecco un tocco di lirismo…anche per chi, all’apparenza, non brilla di luce propria
The moon was but a Chin of God
A Night or two ago-
And now she turns Her perfect Face
Upon the World below-
Her forehead is of Amplest Blonde-
Her Cheek-a Beryl hewn-
Her Eye unto the Summer Dew
The likest I have known-
Her Lips of Amber never part-
But what must be the smile
Upon Her Friend she could confer
Were such Her Silver Will-
And what a privilege to be
But the remotest Star-
For Certainty She take Her Way
Beside Your Palace Door-
Her Bonnet is the Firmament-
The Universe-Her Shoe-
The Stars-the Trinkest at Her Belt-
Her Dimities-of Blue-
Emily Dickinson, Poesie
Non era la luna che un mento dorato
una o due notti fa-
ed ora scopre il suo volto perfetto
al mondo di quaggiù-La sua fronte è del biondo più regale-
la sua guancia un berillo tagliato
ed il suo sguardo alla rugiada estiva
il più bello ch’io abbia mai vedutoLe sue labbra ambrate, immobili-
ma quale mai deve essere il sorriso
che potrebbe concedere a un’amica
se tale fosse il suo argenteo volere!E che squisito privilegio essere
anche la più lontana delle stelle
nella certezza ch’Essa passerà
davanti alla tua porta scintillante!Suo berretto è il firmamento,
l’Universo i suoi calzari-
le stelle sono gemme alla cintura,
i suoi veli-l’Azzurro
La ragazza con l’orecchino di perla

La ragazza con l’orecchino di perla è un film tratto dall’ omonimo libro di Tracy Chevalier, e d è uno dei miei film preferiti. La storia narra del particolare rapporto che si crea tra il pittore Jan Vermeer e la sua giovane domestica Griet. Potrebbe sembrare, ad occhio, il solito film su un amore impossibile, un po’ strappalacrime e con qualche scena di sesso. In realtà tra il i due non succede davvero niente di quello che noi potremmo supporre, non si parla di una relazione che potrebbe attraversa le differenze sociali, l’intimo legame che si crea tra loro riguarda una comunanza tra anime molto difficile da capire. Inoltre la narrazione non viene portata avanti tanto dai dialoghi, quanto dalle immagini che scorrono sullo schermo, poichè la relazione tra il pittore e Griet si costuisce attraverso gli sguardi e le parole non dette, creando nello spettatore un senso di attesa per qualcosa che in realtà non avverrà mai. Per questo non è il solito film. Innanzitutto perchè la vera protagonista è la pittura, che si impossessa della scena proprio perchè il film è girato come fosse un quadro, quindi con un’attenzione maniacale ai colori, agli oggetti, alle luci e alle ombre. Attraverso la fotografia del film si entra nel mondo di Vermeer e chi ha visto almeno un suo quadro non potrà non accorgersene. La cosa che mi piace di più del film è proprio l’incontro tra due sensibilità che riescono a comprendersi in silenzio, senza bisogno di dire niente; due anime che si incontrano senza sapere perchè, senza un futuro o una meta, riuscendo a raccontarsi senza parlare i segreti del proprio cuore. Penso che questo film abbia molto da dire a quelle persone che si osservano da lontano e in silenzio. Alla fine il messaggio del film è che basta uno sguardo per entrare nel mondo di un’altra persona e perdercisi.
Allego delle scene del film in inglese, in modo che possiate capire a cosa mi riferisco quando parlo della comunicazione attraverso gli sguardi.
Questa è una delle scene più intense del film. Il pittore non riesce a dipingere Griet ( gli è stato richiesto un quadro dal suo protettore) perchè non riesce a vederne il volto: in questo modo nasce l’dea del turbante. NB: Griet è puritana per questo non può scoprirsi i capelli. Lascio a voi le interpretazioni metaforiche sulla scena.
In questa scena si capisce molto bene il tipo di rapporto instaurato tra i due protagonisti: Griet riesce a vedere con gli stessi occhi di Vermeer
VORREI
Ho notato che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’autunno è un momento fatidico per lo sbocciare di nuovi amori, forse addirittura meglio della primavera. Guardo con molta tenerezza tutte queste allegre coppiette che si guardano e si sbaciucchiano oppure, semplicemente , camminano in un’altra dimensione incomprensibile a noi altri. Dalla mia posizione di donna solitaria quale sono ho deciso di dedicare a tutti gli innamorati, corrisposti o meno, questa canzone di Francesco Guccini. E’ la sua canzone d’amore più bella, mi fa letteramente venire i brividi, proprio perchè riesce ad esprimere in poesia ciò che si prova quando si ama. Godetevela.
Come mio solito aggiungo il testo.
Vorrei conoscer l’ odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’ aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scurie lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’ Appennino dove risuona
fra gli alberi un’ usata e semplice tramontanae lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinitoe lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…
Che ne pensate? Per quel che mi riguarda è una delle mie preferite. E ora, qui in postilla, vorrei aggiungere qualcosa di mio. Spero che il suono di queste parole possa arrivare ad orecchie capaci di ascoltarne il vero significato, orecchie capaci di capire il valore che ha per me il “vorrei” espresso nella canzone. In ultima analisi dedico quella canzone anche a quelle orecchie, se mai esisteranno.
Una botola in Dipartimento
“C’è una botola in Dipartimento” gridò qualcuno dalla tromba delle scale ( presso l’aula INDAM, all’incirca); erano le 14 di un normale giorno di lezioni, l’edificio era come al solito gremito, ma nessuno ascoltò. Poi fu il silenzio. Solo qualche giorni più tardi ci si accorse della scomparsa di uno studente del secondo anno, e in maniera del tutto casuale. Entrò trafelata una ragazza di lettere ( arti e scienze dello spettacolo per la precisione) gridando di rabbia: aveva aspettato per due ore il ragazzo in questione ad un appuntamento e costui non si era presentato. Ora cercava vendetta ma il bastardo non rispondeva al telefono. Solo così ci si accorse che Mario era sparito. A casa non lo vedevano da giorni ma non avevano pensato a nulla d’importante, poichè il piccolo Mario era solito perdere la via di casa durante le sue elucubrazioni matematiche, poteva capitare che dormisse anche sotto un ponte, oppure che non dormisse affatto. I suoi compagni di corso non si erano accorti di niente, ci volle un po’ a distoglierli dal loro icosaedro di Rubik e quasi il doppio del tempo a fargli ricordare chi fosse Mario, se fosse loro amico e se avevano il suo numero. Amici vecchi non aveva, i suoi ex compagni di classe si ricordavano a malapena il suo nome: “Mario chi? Quello che aveva 10 in Matematica? Ah si… Non mi ha mai passato il compito…”. Si provò allora a chiedere ai professori, ma l’unica cosa che si riuscì a ricavare fu la media di Mario che, ahimè, non era molto indicativa sulla sua personalità. Per fortuna i bidelli ( ooopppppsss personale ata) si ricordavano perfettamente chi fosse, chi frequentasse e dove studiava; era uno dei soliti studenti che si aggirano per il Castelnuovo: silenzioso, austero e studioso. Nessuno però sapeva dove si fosse cacciato. Venne però ritrovato il suo zaino: libri di analisi e algebra, la biografia di riemann, quaderni, una penna che aperta rivelava di essere un portatile e l’immancabile cubo. In poche parole Mario era sparito e nessuno aveva idea di dove si fosse cacciato. Solo allora i più svegli cominciarono a chiedersi: ma si è perso al più Mario o al meno Mario? Così si scoprì l’orrore Mario non era l’unico ad essere sparito! Si fece un computo e ci si accorsi che erano spariti: 5 matricole, 234^0 studenti del secondo anno, 2*2 studenti del terzo, 1+1 laureandi, 34^(1/2) studenti della specialistica, 3^(1/2) dottorandi, era sparito pure un professore ( si narra fosse di algebra). Inizialmente si sparse la voce che era sparito financo il direttore del Dipartimento, poi ci si accorse che era solo nascosto sotto una montagna di gesso, e nessuno ci pensò più. Dove erano finite tutte queste persone? Un arguto professore ( pare fosse sempre di algebra, alcuni dicono che fosse addirittura lo stesso professore scomparso) osservò che probabilmete erano solo andate via prima ( di quando non era dato sapere) ; quando poi ci si accorse che non si ricordava in che anno si fosse, le sue tesi vennero scrartate. Qualcuno argomentò che il fatto che le persone non si vedessero non voleva necessariamente implicare che non ci fossero, “un po’ come gli elettroni” assserì. ” Come gli angeli” gridò uno studente di teologia, ma venne incenerito sul posto per aver osato oltrepassare l’antro del tempio matematico. Qualcuno provò a dimostrare che le persone scomparse non fossero mai esistite, qualcun altro provò addirittura a studiare il grafico della funzione smarrimento, ci fu chi cercò di dare una spiegazione probabilista, chi si applicò dal punto di vista topologico. Tutti questi ragionamenti poratrono a grandi scoperte matematiche che ancora oggi vengono ricordate. Ma nessuno vide più gli scomparsi. Ogni tanto si sentivano dei flebili gemiti “Siamo quiiiiiii, sootttttttoooo l’ aaaaaaaaulllllllllllaaaaaaaa iiiiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnnndaaaaaaaammmmmmm”. Ma nessuno sentì. La vita scorreva tranquilla al Castelnuovo e nessuno si ricodava più degli scomparsi. In questa, che è un’epoca, migliore vengono ricordati come “i desaperecidos del Castelnuovo”, martiri della matematica militante. Solo da poco è stat ritrovata la botola che inghiottò quei poveretti. Non si sa chi la costruì nè come funzionasse. Un saggio disse che la botola era stata costruita da chi ricopre con egoismo e indifferenza il grido della vita., e che il nero del fondo era lo stesso nero di una vita non vissuta. Ma tutti lo tacciarono di pazzia. RItornò chi disse “erano andati via prima” , qualcuno gli rispose ” si dalla vita!”. E tutti tornarona a scirvere sulle lavagne.
Insolita
Volevo aggiungere questa canzone della Vibrazioni perchè riesce molto bene a comunicare quell’ estro, quella voglia di creatività , di rompere gli schemi precostituiti che mi hanno sempre accompagnato e che sono tra i motivi ispiratori di questo blog. Insomma un’ottima colonna sonora per i cybernauti incauti che cadranno nella rete ( haha che bel gioco di parole!). Godeteveòa
Fornisco anche il testo.
Baciami come una dea
e lascia ampio il respiro
sulla mia pelle che candida
accoglierà le tue pene
invadimi se vuoi
Ora che si disegna già l’alba
in questa mattina, affronterò
e ringrazierò l’universo intero
e nel creato navigo..
Abbandoniamo tutte quelle storie
sui peccati e i dolori
Per dare forma al piacere
a quella strana voglia di vivere
sospesa ed insolita….
onesta e insolita…..
Insolita….insolita…
Raccontami e non confondere
le mie esigenze col fango
aiutami piuttosto che
colpire le mie paure
abbracciami se puoi…
Abbandoniamo tutte quelle
storie sui peccati e dolori
Per dare forma al piacere
a quella strana voglia di vivere..
Abbandoniamo tutte quelle
storie sui peccati e i dolori
Per dare forma al piacere
a quelle strana voglia di vivere
sospesa ed insolita…
onesta e insolita…
Fragile come un petalo
è l’aria che oggi respiro
sospesa ed insolita.
Sul perchè non riesco a sopportare il cubo di Rubik

Premetto che odio tutti gli status symbol, tutti i clichè e gli stereotipi, così vi sarà chiaro il discorso che sto per cominciare.
In linea generale non ho niente contro i passatempi e i rompicapi in genere, penso che ognuno abbia il suo modo particolare di rovinarsi la vita, o meglio, di isolarsi dal mondo. Io di norma preferisco un buon libro, o buttar giù qualche pensiero di carta. Da appassionata grafomane, nonchè bibliomane non mi permetterei mai di giudicare i personali autismi altrui. Quando uno sghiribizzo mentale altrui diventa, però, uno status simbol, un modo di affermarsi sugli altri e rimarcare la distanze, del genere “Io ho risolto il cubo di Rubik, ordunque sono meglio di te”, allora la cosa comincia ad infastidirmi. Se poi si comincia a stereotipare tipo ” fai matematica? Ma allora lo hai risolto il cubo di Rubik”, diventa un po’ irritante, come altri luoghi comuni del genere ” fai il classico, allora odi la matematica!” oppure “Ma la matematica è una cosa che non serve a niente!”. Io odio i luoghi comuni, così come le definizioni che ci si appiccicano addosso; putroppo le persone non sono articoli di un blog, non si possono taggare. Ogni tanto temo che questo cubo ( e tutte le specie ad esso affini ) per i matematici sia diventato una specie di sudoku, ossia un gioco dapprima semisconosciuto che ora se non lo fai se fuori ( fateci caso ora tutti i giornali hanno il sudoku ). Oppure una specie di equivalente dei cellulari per le sedicenni. Insomma sotto sotto un po’ triste. Quando vedo ragazzi che si chiudono su quell’ammenicolo colorato dimenticando il mondo intorno, mi viene un’indicibile tristezza, come quando vedo miei coetani che si rifugiano nella play. Il mondo è lì, pronto ad essere colto, e loro girano e rigirano tesserine colorate nell’ansia di confronto con gli altri solutori ”perchè io gli algoritmi risolutori li ho studiati tutto ieri notte”. Tutto ciò secondo me nasconde due cose. La prima è una malcelata ansia di competizione, cosa che ritengo negativa; perchè una persona si deve realizzare a partire da se stessa, non a partire dagli altri. La seconda è un istinto a chiudersi in un mondo proprio dove nulla di umano ti tange; altra cosa terribile perchè comunica un’inettitudine alla vita quanto meno conturbante. Ora non vorrei sembrare una volpe invidiosa che critica ciò che non riesce a fare. Il famigerato cubo mi fu regalato all’età di 10 anni ( quando stavo un po’ sotto al gioco del 15, mitico!) mi ci ruppi la testa per un po’, mi incazzai, mi irritai. Poi arrivò l’illuminazione: il malefico mi dava infinitamente più soddisfazione come antistress, ossia girando le tesserine in modo puramente random, e allora in quel ritmo quasi da uncinetto mi rilassavo. Io non ho nessuna turba riguardo al rompicapo più famoso del mondo, vorrei solo far notare che ha altri comodi usi, quali: allegro soprammobile, arma di difesa personale, lo vedrei bene anche come emettitore di luci stroboscopiche, porta penne ( se adeguatamente incavato) e altro che lascio alla vostra fantasia.
Come ultima chiosa vi lascio un mi motto coniato giusto oggi.
♥ MAKE LOVE DONT’ CUBE! ♥
La Scultura di Paola Grizi
E’ con immenso piacere che aggiungo su questo blog il vostro primo contributo. Si tratta di una scultura molto bella realizzata da Paola Grizi.
“Though the course may change sometimes rivers always reach the sea”
(Led Zeppelin, ‘Physical Graffiti’,1975)
Prima o poi, tutto torna.
Inesorabilmente, come deciso dal destino.
Ma non è detto che sia qualcosa di spiacevole, anzi, in questo brano si
tratta del flusso di un legame profondo, che nonostante gli scossoni
del tempo non subisce ammaccature.
Non so fino a che punto credere in una sorte già stabilita, irremovibile..
questa frase resta comunque tra le mie preferite per l’intensità e la costanza che la descrivono.
Se siete romantici nostalgici, come la sottoscritta, non troverete
difficile affezionarvi a questo verso, e a tutta l’eternità e la
tenacia dalla quale prende vita.
